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(Testi Gabriele Delbene)

Dopo la prima parte “storica” sulla pesca in apnea profonda in assetto variabile, continuiamo a parlare ci tecnica e situazioni in cui i vantaggi dell’assetto variabile vengono esaltati.

Bruno Hermany, il metodo brasiliano

Ad Ustica nell’Agosto del 1960 Bruno Hermany, un brasiliano dalle grandi capacità e notevole successo (conquistò la vittoria anche nel ’63) riuscì per un soffio a vincere il titolo mondiale assoluto battendo il grandissimo profondista Claudio Ripa.

Quella fu la prima volta in cui si poterono osservare bene e da vicino le tecniche del campionissimo brasiliano. Era una variante di quello che ho definito nella parte 1 di questo servizio “variabile misto”. Per sommozzare a quote intorno ai venti metri Hermany usava un piombo cilindrico di circa 3 kg collegato ad un sagolone di 15 metri di lunghezza. Il piombo rimaneva sospeso quindi a quella quota e l’atleta era libero di continuare la sua azione di caccia indossando una zavorra leggera. Lo scenario meraviglioso dell’isola eoliana dove si svolse il mondiale era torrido. In Agosto le mute erano leggerissime e non serviva molta zavorra.

Delbene descending with variable weight setup

Questo sistema è comunque interessante anche se non accompagna il sub sul fondo grazie ad una marcata negatività. Se però c’è vento o corrente il pallone con la zavorra sospesa può allontanarsi anche parecchio, facendo perdere la verticalità del punto e costringendo a spostarsi molto per recuperarlo. Si può considerare il primo step agonistico verso l’assetto variabile a cui successe poi il variabile misto ed infine il variabile totale.

Estate ’85 insegnamenti sull’assetto variabile totale

Nell’estate del 1985 con la patente appena guadagnata i viaggi fuori regione furono alla mia portata. In Sardegna incominciai ad usare l’assetto variabile più spesso. Avevo scovato una zona rocciosa nell’alga apparentemente insignificante e piatta dove mi aveva guidato un piccolo drappello di colossali corvine. In assetto costante, cadendole addosso sui 36 metri, riuscii ad arpionare una di quelle eleganti, bronzee, gigantesche corvine. Come spesso succede sull’alga questi scienidi danno il meglio di loro stessi sparendo dalla vista quasi per magia. Incominciai a fare delle planate di ricognizione nell’acqua scura e leggermente velata di quel tramonto estivo, aumentando di un paio di metri la profondità già elevata.
Lo scopo era di individuare qualche pietra o nascondiglio dove potesse essersi rifugiato il branchetto. Ad un certo punto il fondale era troppo pianeggiante per far pensare a degli anfratti. Vista la quota non raggiungevo il fondo ma mi limitavo a sorvolare da una decina di metri di distanza dal pianoro desolato fatto di alga e roccia , mista a sabbia. Stavo per desistere.

Delbene Variable Weight ascent from more than 40 meters

Una velatura più spessa dell’acqua in vicinanza di una pozza di sabbia mi stuzzicò. “Ancora un ultimo tuffo…” mi dissi. Velocemente preparai la cintura aggiungendo un chilo a sgancio rapido. Quei 6 kg di zavorra stavolta li legai al sagolone galleggiante nautico da 8 millimetri di spessore e 40 metri di lunghezza appena comprato. Non ero poi così fiducioso né tanto meno esperto per poter cogliere in quel segno di “spolverata” la presenza di un grosso predone…
Decisi di impugnare la torcia e un 70 pneumatico con l’arpione ma senza mulinello viste le abitudini dell’epoca e visto il fatto che stavo cercando grosse corvine.
Le compensazioni ad occhi chiusi per limitare l’ansia erano veloci e continue, ma un pò più difficoltose. Leggeri schiocchi delle tube e un piccolo disagio sul torace mi segnalavano una pressione ed una profondità per me inusuale. Aprii gli occhi ad una manciata di metri dal fondo per accorgermi di essere ad una discreta distanza dall’angolo “spolverato”della pozza di sabbia bersaglio. Un po’ di apprensione mi costrinse a dare una fugace occhiata la mio Citizen Aqualand….il fondo segnava 38,8 metri.
“Non spaventarti proprio ora…vai,vai!”mi dissi.
Ero ancora abbastanza lucido per concentrarmi sul da farsi. Quei sei\ sette metri percorsi sulla sabbia chiara mi rasserenarono un pochino. I colori chiari a volte aiutano,hanno un potere tutto loro….
Quasi arrivato riuscii ad individuare una oscura crepa uniforme ed una piccola tettoia liscia. La tettoia era la zona “spolverata” e si trovava alla mia sinistra. Alla destra la crepa, equidistante da me. Entrambe avevano un’altezza non superiore ai 30\40cm. Cominciai a guardare con la torcia alla mia destra per praticità di posizione. Appena illuminato l’anfratto si rivelò profondo circa un po’ meno di due metri ed insolitamente colorato a tratti da strane formazioni arancioni. Mi bastò spostare il fascio un paio di metri ancora più a destra per distinguere il codone bordato di chiaro di un grosso, grasso quanto statico cernione. In quel momento una violenta doppia e potente vibrazione dalla mia sinistra. Girando prima lo sguardo della torcia feci a tempo per scorgere in controluce nel buio la punta del muso di un’altra grossa cernia, questa molto più mobile e vitale dell’altra. Per un attimo quei carnosi labbroni scuri erano ancora orientati verso l’esterno della tana ,dove un attimo dopo vidi uno sbuffo di sabbia che si diluiva nell’acqua.
La cernia stava controllando la situazione e mi guardava lateralmente con il suo grosso occhio bovino sinistro da un paio di metri di distanza. Allertata dal fascio luminoso, con un paio di potenti scodate si era addentrata di più sotto la lunga tettoia venendo paradossalmente nella mia direzione. Senza muovermi di molto mi ritrovai il grande serranide che mi scrutava a circa un metro e mezzo, agitando nervosamente le ampie, rotonde pinne pettorali .
Incredulo, riuscii soltanto a sparare tra l’occhio e la narice del pesce senza mirare e soprattutto senza fulminarlo. In una baraonda di colpi di coda potentissimi, sabbia ed alghe morte estrassi dalla fenditura il possente predone.
Fatto qualche metro con l’emozione adrenalinica della cattura che mi pulsava in tutte le vene, le vibranti scodate del grande serranide ormai vinto cominciarono a diradarsi.

Uno scossone sul piede destro mi riportò crudelmente ad una realtà tanto imprevista quanto pericolosa. Avevo lo spesso sagolone intrecciato attorcigliato alla caviglia, mi impediva la risalita. Ero ancora lucido, dopo tutto avevo risparmiato moltissime energie gettandomi con un assetto pesante a capofitto ,in picchiata veloce in quel mare dai colori quasi crepuscolari. Diedi un’attenta occhiata per decidere se levarmi la pinna o se tagliare tutto e risalire……ooppss , non avevo più il coltello, era rimasto attaccato alla cintura. Il nodo fortunatamente era formato da una sola cocca e mi liberai facilmente.

L’episodio raccontato mi fece riflettere su di quanto poca esperienza disponessi e soprattutto di quanti pericoli corsi a causa dell’esuberanza che è comune a molti giovani.

L’assetto variabile così profondo non si può improvvisare se non rischiando quello che in quasi tutti gli altri sport non è mai a rischio: la vita.

Cernia catturata da Delbene assetto variabile totale

Tecnicamente parlando la zavorra nella cintura deve essere priva di appigli come coltelli,portapesci ecc., il suo peso dipenderà da che galleggiabilità avremo indossando la muta ed anche da che sforzo saremo disposti ad accettare di fare recuperandola dalla superficie.

Un peso elevato della zavorra consentirà ovviamente una discesa economica e super veloce ma che necessita di un’ottima tecnica di discesa sia posizionale che compensatoria. Anche l’abitudine mentale alle profondità elevate nonché un graduale adattamento fisico, determineranno le condizioni propedeutiche per non rendere questa tecnica un’infruttuosa quanto inefficace perdita di tempo.