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Agguato e pesca in assetto variabile: due estremi

Nel mio percorso sportivo iniziato negli anni 80 ho sempre cercato di sviluppare al massimo le tecniche di pesca che risultassero più divertenti, ma anche più efficaci. Il divertimento mi è sempre stato garantito dalla pratica della pesca all’agguato nella schiuma, in pochi metri d’acqua, con prede sfuggenti ma anche relativamente abbondanti, grazie all’innesco della catena alimentare provocata dall’intenso moto ondoso. Il numero altissimo di apnee, l’acqua molto spesso torbida dell’”alzata” o della “scaduta” di mare, la sensazione di dover essere talmente controllato, acquatico e rapido sia nella pinneggiata che nel tiro d’imbracciata, mi ha sempre fatto preferire questa soluzione tecnica quale la più divertente. Ottima palestra, la pesca all’agguato permette grande possibilità di espressione atletica e mentale ed innesca meccanismi virtuosissimi sull’allenamento specifico degli arti inferiori per via dei chilometri che si macinano durante una battuta dedicata. Se guardiamo la pesca in assetto variabile questo mondo si capovolge. I ritmi delle immersioni sono molto lenti così come lo sono i pensieri che non possono prescindere da un grandissimo ed attento autocontrollo che porta ad un estremo rilassamento. Le soste in superficie e la fatica, il lavoro fisico necessario per salpare la zavorra con le proprie mani, occupano gran parte del tempo. I movimenti sono lenti, misurati ed effettuati in “economia”. Non ci si può permettere frenesia mentale, né tantomeno eccitazione fuori luogo. Anche il tiro spesso richiede una valutazione ponderata, quasi sempre è pianificato attentamente prima della discesa quando si spara in tana. Insomma, un altro mondo rispetto all’agguato. Un altro mondo sì, anche per la mole delle catture, inferiori sicuramente nel numero, ma molto, molto più pesanti mediamente ed importanti nella loro qualità.

Gabriele Delbene after his Abyssal Record in 2013

Assetto variabile misto: Josè Amengual il mio ispiratore

Il primo passo per avvicinarsi alla pesca profonda è ovviamente quello di procedere per gradi. Quello del cosiddetto assetto variabile misto penso sia l’approccio più sensato. La prenderò un po’ larga, ma devo raccontarvi un poco di storia del mio ispiratore, Josè Amengual.

Intorno ai 18 anni ero già in grado di pescare in assetto costante a quote superiori ai 35 metri, ma questo comportava degli accumuli di acido lattico nei muscoli che mi rendeva veramente difficile e se vogliamo anche pericoloso, affrontare giornalmente con lo stesso impegno la profondità. In quel periodo ero un divoratore compulsivo di articoli sulle riviste specializzate. Ammiravo soprattutto i profondisti italiani, ma il mio terreno di studio delle tecniche di pesca profonda era indirizzato in modo particolare verso spagnoli e francesi, che venivano percepiti come gli iper-specialisti del momento. Il grandissimo Campione del Mondo e d’Europa, lo spagnolo Josè Amengual, era grandissima fonte d’ispirazione per me.

Una bella mattina di Ottobre del 1984 (avevo 17 anni) addirittura marinai la scuola pur di vedere dal vivo ed assistere alla partenza di questi grandi atleti dal pontile di legno degli Amatori del Mare, circolo organizzatore di una prova di Coppa Europa nelle acque di Palmaria, Tino e Tinetto, isole vicine a La Spezia, la mia città. Fu stupefacente per il ragazzino allampanato, timido ed appassionatissimo che ero vedere per la prima volta in carne ed ossa eroi dello sport di cui avevo fino ad allora solamente letto le gesta e visto le fotografie sulle riviste. Vidi il solido e determinatissimo Mazzarri. Renzo vinse la prova con un carniere di enormi muggini presi all’aspetto nel torbido con un fucile pneumatico e il 5 punte largo, tutto di ferro, un risultato che era solo l’antipasto di quelli che poi sarebbero stati i suoi strepitosi successi mondiali. Vidi Zanki, l’altissimo ed allegro jugoslavo temuto per il suo talento e la velocità sul pesce bianco. Il granitico nel fisico e nella volontà Paolo Cappucciati, che esplorando minuziosamente un fazzoletto di parete dell’isola del Tino, mise insieme un bellissimo carniere di soli grossi gronghi con cui poi ottenne un magnifico secondo posto.

E poi c’era lui, Josè……Sapevo tutto di lui, del suo passato sfortunato di bambino poliomelitico che lo aveva reso leggermente claudicante e gli imponeva una capovolta particolarissima, degli innumerevoli campionati nazionali vinti in Atlantico e Mediterraneo, dei titoli di Campione d’Europa 82 in Bulgaria, ma soprattutto del Mondo nel 73 in Spagna (sopravanzando uno scatenato e leggendario Scarpati) e dell’81, nel difficile mare di Florianopolis, Brasile. C’era qualcosa di veramente notevole e speciale in questo ometto di bassa statura dal sorriso intelligente, e dal fisico non certamente statuario.

Mentre lo stavo guardando quasi ipnotizzato, tra l’incredulo ed il timidamente curioso da una decina di passi di distanza, sugli stretti pontili di ferro e legno datato, l’attività di decine di persone attorno a me era frenetica. Chiacchiericci sommessi in lingue sconosciute, passi decisi di molte persone su quelle vecchie tavole inchiodate, qualche ordine frettoloso destinato ai volontari dell’organizzazione, camminate appesantite da stivali ed ingombranti attrezzature creavano stani effetti acustici, come dei rimbombi che contrastavano con lo sciabordio del mare in movimento per le prime barche che lasciavano il molo. Si sentivano cigolare forte le pulegge di alaggio che gli uomini mettevano in azione, imprecazioni perché un vecchio motore non ne voleva sapere di mettersi in moto nonostante gli sforzi manuali “a strappo”. Nell’aria il fumo azzurrognolo della miscela un po’ troppo grassa era sgradevole all’olfatto, la messa in moto contemporanea dei motori a due tempi che scoppiettavano a bassi giri e che si dovevano scaldare era assordante. Tutti alzavano la voce per farsi sentire da pochi passi.

Era rumorosa ed eccitante l’aria frizzante del primo mattino. Tutto pronto per la partenza per il centro del campo gara. Io però ero troppo timido per chiedere di salire a bordo con qualcuno, ero un po’ meno eccitato degli altri e mi stavo già preparando ad una solitaria, quasi malinconica attesa del ritorno delle barche. In quel momento il colpo di fortuna che cambia la sorti…. Il barcaiolo di Amengual, che conoscevo di vista, era tra gli ultimi a lasciare il vecchio molo. Il fumo lo avvolgeva già mentre faceva una complicata retromarcia tra i pali dei pontili sospesi. Mi notò da solo, fermo impalato e con lo zaino della scuola sulle spalle. Il forte rumore del motore lo costrinse ad urlarmi: ”Deh… e te con chi te vè?” In un attimo mi trovai ad assistere in gara il più grande campione della storia della pesca subacquea. Fu incredibile quell’esperienza.

Il mio era un ragionamento elementare. Se io che non sono nessuno faccio apnee spesso superiori ai due minuti ed oltre, questi fenomeni faranno apnee come minimo di tre minuti. Niente di più falso. Josè cominciò ad immergersi esattamente sotto a dove era stata data la partenza, in pochi metri d’acqua, su delle lastrine che anche io conoscevo e non facevano pesce. Ma la mia esperienza di neofita non aveva la conoscenza di qualche trucchetto di gara. Spesso, infatti, se girano dei saraghi in acqua libera, dopo l’enorme disturbo di tutti quei motori che accelerano insieme, quei saraghi li potremo ritrovare spaventati nelle tane ”da richiamo”. Quindi nella preparazione del campo gara bisogna avere un occhio particolare e “segnarsi” delle tane belle come conformazione anche se non ospitano pinnuti. Amengual ne prese velocemente un paio sugli 800 grammi l’uno, ma con apnee tra i 25 ed i 40 secondi, lo cronometravo. Incredibile! In pochi minuti aveva capovolto le mie idee…strategia, tecnica e fiuto invece di grande apnea.

Delbene (a sinistra) sul gommone di Josè Amengual (con la muta), il suo barcaiolo (tuta blu) e un amico
Delbene sorride incredulo mentre il barcaiolo di Josè Amengual mostra il pescato a fine competizione

Continuò per quasi tutta la gara a non superare i cinquanta secondi di apnea ed i 7\9 metri di profondità raggranellando un buon carniere con dei bei muggini presi anche in un metro d’acqua, sparando dalla superficie dietro ad uno scoglio affiorante. Arrivò terzo e primo degli stranieri.

A circa 20 minuti dalla fine della gara ci guidò nella parete del Tino, vicino al gigante granitico Cappucciati. Lì la parete superava i 20 metri e Josè scese in acqua con la stessa cintura che indossava prima, privata però stavolta di un piombo a sgancio rapido da un chilogrammo.

Il suo pallone era collegato ad un tubicino trasparente e galleggiante in PVC. Alla fine del tubicino di dimensioni abbastanza generose c’era un cilindro di piombo di circa 4 centimetri di diametro, 25 centimetri di lunghezza. Il piombo era ricoperto per tutta la sua lunghezza da una spessa camera d’aria di gomma.

Afferrò il pallone e giù in acqua. Fece alcuni tuffi molto tranquilli .Metteva il piombo tra la cintura, fatta anch’essa di spessa camera d’aria, e la pancia. Quindi scendeva molto appesantito lasciando poi il cilindro sul fondo e continuando l’azione. Senza arrivare al minuto di apnea, attorno ai venti metri catturò un grongo. Recuperava poi a braccia e molto velocemente il cilindro.

Raduno dei gommoni a fine gara con Josè Amengual in piedi e sul gommone a fianco un altro campione Marino Ferrer

Mi colpì molto l’apparente assenza di sforzo con la quale riemergeva. Progettai di fare lo stesso con delle piccole varianti da adattare alla mia fisicità ed alle quote che mi proponevo di frequentare durante i caldi mesi estivi. A fine premiazioni ebbi anche un momento di impavido coraggio e chiesi ad Amengual il peso di quel mirabolante (per me) cilindro. Il fuoriclasse mi sorrise con uno sguardo intenso, intuendo forse che avessi colto l’importanza del particolare. Rispose gentilmente: ”Tre kilogramo e medio”.

Dopo questa esperienza rivelatrice cominciai anche io ad adottare in un primo tempo esattamente lo stesso sistema. La tecnica detta dell’”assetto variabile mistoaumenta le quote di esercizio che rimangono molto simili a quelle dell’assetto costante, ma toglie una certa dose muscolare di fatica nelle gambe per trasferirla in parte nelle braccia, in un momento in cui si respira però. Anche i tempi di recupero in superficie aumentano di poco perché il carico di 3,5kg è abbastanza leggero da recuperare e lo si può fare per ore di fila. Naturalmente il peso del piombo sulla sagola spessa può essere modulato a seconda delle necessità e degli impieghi a partire dai 2 kg (minimo sforzo di braccia) fino ai 4kg ed oltre. Ritengo sia molto consigliabile per prendere contatto con delle quote un po’ più impegnative adattare gradatamente il corpo e la mente alle sensazioni pressorie e psicologiche differenti e diminuire la stress fisico in immersione. Per chi pesca solo ed esclusivamente in assetto costante questo metodo può essere ottimo da impiegare nel momento di un lavoro pesante ad una quota profonda. In questa modalità si alzano molto i margini di sicurezza. Il caso classico è dover lavorare una cernia ad esempio. In coppia (possibilmente mai farlo da soli) un compagno scenderà ed appena ritornato a galla ricomincerà a salpare il piombo, porgendolo poi all’amico che nel frattempo si sarà adeguatamente preparato. Questo consentirà di abbassare i rischi, ridurre al minimo i tempi morti e di accelerare l’estrazione del pesce.